martes, 24 de noviembre de 2009

La importancia del contexto en la Comunicación para el cambio social en América Latina y el Caribe



El énfasis en el contexto ha caracterizado la primera edición del Seminario on line del CICS “Comunicación para el desarrollo”, que ha contado con la participación de estudiantes de Bolivia y Guatemala, que entre setiembre y noviembre han seguido las lecciones impartidas desde Roma.


Con el módulo “Énfasis para trabajar la comunicación desde el contexto” que he propuesto en el curso virtual, he dialogado, en español, con los estudiantes para conocer las experiencias de los comunicadores latinoamericanos, muchos de ellos a la búsqueda de metodologías prácticas y contextualizadas, para entender y hacer entender mejor sus prácticas comunicativas.

Los y las estudiantes provenientes de diócesis, organismos no gubernamentales, medios locales y profesionales recién titulados me han hecho notar que algunos de los desafíos para hacer comunicación (dentro y fuera de los medios) en Latinoamérica y el Caribe, entre otros desafíos son estos: hacer conocer el sentido de la comunicación (también) fuera de la lógica mediática, proponer una interpretación de la audiencia desde el punto de vista de la gente, utilizando los géneros de la cultura popular tales como las canciones, la música y las narraciones.

Lo que necesitamos, han insistido los alumnos, es involucrar cada vez más a las personas en las producciones radiofónicas, ya que la radio es frecuentemente el medio que más se usa para difundir sentimientos y vivencias de gran parte de los latinoamericanos, y también el medio que comparte popularidad junto a la televisión entre las grandes mayorías.

Los profesionales de la comunicación, los periodistas y los sacerdotes piensan que la diversidad cultural, los medios y las comunicaciones que surgen en las zonas urbanas, rurales, y en los nuevos “barrios” de las ciudades latinoamericanas son realidades que esperan todavía verdaderos estudios sobre la comunicación en el contexto, condiciones para que el desarrollo se logre partiendo desde el protagonismo del sujeto social en su contexto local y global.

Curso on line “Comunicación para el Desarrollo” - Desde Roma para América Latina y el Caribe

Centro Interdisciplinare sulla Comunicazione Sociale (CICS) Pontificia Università Gregoriana
http://www.seminariovirtual.org/comunicaciondesarrollo

jueves, 19 de noviembre de 2009

L'importanza del contesto nella comunicazione per il cambio sociale in America Latina


L’enfasi nel contesto per fare comunicazione per lo sviluppo è stato seguito con molto interesse da parte degli studenti di Bolivia e Guatemala che hanno partecipato al seminario on line del CICS “Comunicación para el desarollo”, che si è svolto tra settembre e novembre del 2009, impartendo lezioni da Roma verso Latinoamerica.


Con il modulo “Enfasi per lavorare la comunicazione dal contesto”, che ho dettato nel corso virtuale, sono  riuscito a mettermi in dialogo, in spagnolo, con le esperienze dei comunicatori latinoamericani, molti di loro alla ricerca di metodologie pratiche e contestualizzate, per capire e fare capire meglio le loro pratiche comunicative.

Gli studenti e le studentesse procedenti di diocesi, organismi non governativi, media locali e professionisti neolaureati hanno indicato, nelle sessioni di tutoria, che alcuni delle sfide per fare comunicazione (dentro e fuori i media) in America Latina e il Caribe sono: far conoscere il senso della comunicazione fuori della logica mediatica, proporre un’interpretazione dell’audience dal punto de vista della gente, utilizzare i generi della cultura popolare tali come le canzoni, la musica e il racconto.

Ma anche coinvolgere di più alla gente (della comunità locale) nella produzione radiofonica già che la radio è spesso diffusore dei sentimenti e i vissuti comunicativi di gran parte dei latinoamericani, e il mezzo più usato socialmente insieme alla TV.

I corsisti professionisti della comunicazione, giornalisti e preti pensano che la diversità culturale, i molti media e svariate comunicazioni che sorgono nelle zone urbane, rurali e nei nuovi “barrios” della città latinoamericana sono delle realtà che aspettano ancora vere ricerche sulla comunicazione nel contesto, condizione perché lo sviluppo abbia inizio, partendo dal protagonismo del soggetto sociale nel suo contesto locale e globale.

La comunicazione per il cambio sociale (o comunicazione per lo sviluppo) è un processo di dialogo e dibattito che si basa nella partecipazione e nell’azione collettiva, tramite la quale la propria gente delle comunità locali (non necessariamente gli esperti) determina quello che è più importante per migliorare la loro vita. Nel cuore del concetto c’è la convinzione che le comunità in difficoltà capiscono meglio la loro realtà, che gli esperti estranei alla loro realtà.

Nella comunicazione per lo sviluppo o il cambio sociale il processo è più importante che i prodotti (per esempio programmi di radio, video, o pagine in internet). Ma per la comunicazione partecipativa e alternativa questi prodotti si sono importanti.

Corso on line “Comunicación para el Desarrollo”
Centro Interdisciplinare sulla Comunicazione Sociale (CICS) Pontificia Università Gregoriana
http://www.seminariovirtual.org/comunicaciondesarrollo

Edgar Morin e l'etica della comprensione umana



La sera del mercoledì 11 novembre, si è presentato il sociologo e filosofo francese, Edgar Morin, nel Teatro Dal Verme a Milano. Il suo nome mi ha fatto ricordare i suoi libri esposti negli scaffali di legno, coperti di vetro, della Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, il EHESS a Parigi. E con lui ho ricordato ai sociologi contemporanei che ho scoperto in quel viaggio a Parigi dell'anno 2002, cioè a Pierre Bourdieu, Manuel Castells (lui è spagnolo e vive tra Barcelona e gli Stati Uniti, con una opera tradotta in diverse lingue e anche in francese), ma anche agli indimenticabili Alain Touraine, e agli antropologi Lévi-Strauss e Marc Augé. Tutti  tranne Castells sono stati illustri inquilini del EHESS. Tanto per ricordare e rendere un piccolo omaggio ai sociologi francesi, la mia reminiscenza mi riporta anche l'immagine della tomba di Emile Durkheim nel parigino Cimitero di Montparnasse.

Edgard Morin è un professore, intimo e umanista, come i sociologi francesi Augé e Touraine (che ho sentito, con curiosità e attenzione, in altri incontri pomeridiani o serali sempre a Milano). Comunque bisogna dirlo, i sociologi francesi traspirano, in pubblico, una predisposizione, non indifferenti, a raccontare i fatti della vita con la qualità dei romanzieri e i cronisti della carta stampata. E poi si  fanno trovare dappertutto con una giacca e una chemise senza cravatta,  sarà un segno segreto dei sociologi del EHESS?

Ricordo i discorsi di Touraine sul futuro del giornale nell'era di Internet, e ho sentito parlare a Augé delle nuove forme di socializzare nel mondo moderno. Tra l'altro, secondo me, Augé ha un libro: "Un etnografo nel metrò", Eleuthera (1995) che può essere di grande ispirazione per i ricercatori e gli amanti delle scienze sociali.

Dico che Morin è intimo e umanista per il suo modo di fare: semplice, con l'aria del pensatore umile e autorevole, ma padrone del suo mestiere. Così ci ha offerto una cattedra in italiano sulla etica e la comprensione umana.

Eccolo Morin: "Non si può parlare di etica senza la considerazione della condizione umana o dell'identità umana. La nostra identità umana non è mai inseparabile. Comunque l'identità umana è dispersa in tante scienze. La dispersione della conoscenza non si trova nella scienza umana, nella psicologia, sociologia, economia o storia. Perchè l'identità è la capacità di amare la cultura, e la natura umana".

Contradicendo agli organizzatori della serata del "Meet The Media Guru", Morin iniziò la sua relazione a braccio, dicendo che lui non è un guru dei media. Gli applausi dei 1.450 assistenti crearono la atmosfera per sentire uno dei discorsi più sociali e lucidi, che io abbia sentito dire a un intelletuale europeo negli ultimi anni.

Aggiungendo dopo che "l'organizzazione della vita è molto più complessa. Noi piccolissima parte della vita, abbiamo tutta la storia della vita e del universo. Siamo una parte della totalità.
L'etica è pensare nel destino del figlio, del figlio delle generazioni future. E' una necessità del mondo. Dobbiamo pensare".

"Pensare che: l'autonomia umana necessita una dipendenza con il medio ambiente. L'etica viene dalla conoscenza con questa relazione. C'è una conoscenza che viene dalla letteratura, dal romanzo, che aiuta a capire la sensibilità umana, nella società e la classe sociale".

"Il romanzo - cita Morin a Ernesto Sabato - è l'unico osservatorio, dove si può abbracciare la conoscenza umana come un tutto. Così ha detto:  non dobbiamo scartare il mito. Abbiamo pensato  che il mito era per i popoli sottosviluppati. Questo significa che bisogna ricuperare la coscienza del inevitabile mito".

"C'è una vita dopo la morte (penso tra le righe alla memoria colletiva tramandata in tradizioni orali e fonti scritte, arti e costruzioni antiche). L'idea che c'è vita dopo la morte è fondamentale, perchè esiste la coscienza che la divinità è anche una (forma) di creazione della mente umana. L'importante è che non ci siano delle persone "demitologizzate". Quindi dobbiamo far convergere al homo di neanderthal, con il homo sapiens, il homo faber, il homo economicus e il homo ludens, in una complessità senza riduzionismi".

Edgar Morin è una delle figure più prestigiose della cultura contemporanea, e si è dedicato per diversi anni allo sviluppo di una teoria del pensiero complesso, commentando nelle sue opere, già best seller in diversi paesi del mondo francofono, anglosassone e ispano, l’importanza di affrontare una riforma dei saperi ormai disgiunti e frazionati, apportando alla modifica di questi sulla base di approcci interdisciplinari.

Morin ha detto che “insegnare la comprensione umana, è l’aspetto più importante dell’etica”.

“E qual è l’etica che dobbiamo insegnare? è l’etica della solidarietà, la comprensione umana ma anche la resistenza alla crudeltà del mondo. Senza dimenticare che c’è una complessità umana che rappresenta pure la complessità dell’etica con tre dimensioni: il individuo, che è la parte personale dell’etica, la società cioè il destino della comunità collettiva e la specie umana nel senso che siamo cittadini della comunità ma anche del pianeta”, ha detto Morin proponendo una visione sociale dell’etica.


"Il problema è svegliare la solidarietà che dorme, e si sveglia solo nei momenti di catastrofe come quando succedono i terremoti".

Il “Meet The Media Guru” è una iniziativa milanese che incontra personalità dei nuovi media. La presentazione di Morin ha seguito, particolarmente, le riflessioni e i testi dei suoi libri pubblicati in italiano nel anno 2000: “I sette saperi necessari all’educazione del futuro” e “La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero”.

"Non basta denunciare, bisogna anche enunciare una via", questa è una bella battuta di Morin, una di quelle sintesi della sintesi, per pensare e confrontarci con le vicende dei nostri mondi quotidiani...

Il video della presentazione di Edgar Morin sull’Etica.


miércoles, 4 de noviembre de 2009

La sociedad, según Claude Lévi-Strauss


"Para comprender cómo funciona una sociedad, antes hay que saber de qué está compuesta".

"El viaje del etnógrafo tiene muy poco que ver con la aventura romántica que pude imaginarme antes de marchar hacia Brasil".

"Es imposible no sentir nostalgia ante la tribu de los bororos, una sociedad que abolía el tiempo. ¿Qué deseo más profundo que el de querer el vivir en una suerte de presente que es un pasado revivificado sin cesar y mantenido tal como era a través en los mitos y las creencias?"
Claude Lévi-Strauss (1908 - 2009)


Entrevista de Catherine Clement, publicada por El País 11/01/2003
Foto AFP

jueves, 22 de octubre de 2009

Desarrollos, comunicaciones y mundos posibles


La comunicación está marcando el paso del desarrollo, de la modernidad y de la globalización, pero se comenta poco acerca de la comunicación y los comunicadores como constructores de identidades y culturas entre medios, personas y sociedades.

El punto de partida es la cultura, algunos elementos que se conectan con la cultura son el sentido de pertenencia a una comunidad, la identidad y los significados que van surgiendo en la interacción social, dentro de diversificados modos de vida, de valores, en los que el hombre y la mujer transitan de un estado natural a un estado social (por la cultura, ellos y ellas se vuelven dueños de sus instintos, inclinaciones, sentimientos y pensamientos), también logran ser realizadores de valores (para hacer el Bien contra el mal).

Pero no basta vivir en una ciudad moderna para ser civilizados, pues civilización significa, particularmente, adelanto. Cultura significa, esencialmente, perfeccionamiento. La civilización es exterior. Los edificios modernos, por ejemplo. La cultura es interior. Civilización es transformación del medio. Cultura es transformación del hombre, observa el analista social, Ruiz Riquero.

Por su parte, la comunicación humana y mediática facilita el crecimiento de la cultura. Y aquí el papel que tenemos los comunicadores, desde nuestros ámbitos familiares, de enseñanza y profesionales ya sea frente a los medios y utilizándolos es el de vehicularlos en nuestras interpretaciones e intervenciones, para contribuir con el fin mismo de la cultura que busca incesantemente generar el proceso de la perfección humana, es decir: lograr, en el hombre y la mujer, la capacidad de reflexionar sobre sí mismos, enalteciendo el intelecto y la dignidad de la persona humana.

El hincapié que se propone aquí es el de que tratemos de encontrar al interlocutor en la comunicación, humanizando nuestras relaciones sociales, en una tarea de creación cultural que es una misión eterna, nunca acaba. Sin perder de vista las cuestiones éticas, la interculturalidad y el compromiso social con nosotros mismos ante la sociedad y nuestro oficio. Por eso se dice que la comunicación es importante para la cultura, porque la comunicación cuando deja de ser una actividad básica y se vuelve compleja, construye mundos sociales y culturales.

Hay demasiadas mentiras, dramas, opresiones, exclusiones en las relaciones entre las personas, las sociedades y los pueblos. Los periódicos, la televisión, las telenovelas, las canciones, el cine, la literatura hablan siempre de esto, pero raramente presentan las soluciones posibles. Con lo cual, vemos que la cultura se ha ido convirtiendo también en un campo de batalla, entre fuerzas ambiguas que se contienden el mercado de consumidores, y dominan muy audiovisual y multimedialmente desde las industrias mediáticas.

Desde mi posición profesional y ciudadana, pienso que la verdadera libertad está en encontrar nuestro fundamento, nuestra base humana y aceptar o al menos reconocer que vivimos inmersos en multifacéticos procesos en nuestro devenir social. Somos seres sociales en la medida que vamos aprendiendo a definir y actuar nuestros roles, reconociéndonos en una cultura comunicativa.

Hoy más que nunca, por lo de la constante transculturalidad y modernidad, la persona socializada, culturalizada, empeñada en salir de la pobreza, en progresar, en lograr condiciones de bienestar debe contrastar (allí está el sentido de construir la identidad) sus sentimientos y reflexiones con su propia historia personal, sus biografías y sus actos, para motivar reacciones personales y sociales en su contexto. Las dimensiones de la vida social contemporánea (familiar, laboral, educativa, religiosa, sentimental, nacional, amical, virtual, de adolescentes, adultos, etc.) no son simples eventos, se trata más bien de procesos, interacciones, también de compromisos, donde las identidades se reafirman, cambian o perecen.

La de hoy es una vida, que nos toca vivir y hacer vivir (proponiéndonos a nosotros mismos y a los demás desarrollos, comunicaciones y mundos posibles), renovando el ideario que la paz, el bien y el amor (no el desamor) son claves para el desarrollo, pues son cuestiones con las que tenemos que tratar siempre en nuestras vidas, aunque medio mundo crea, o se lo hagan creer, que no es así


miércoles, 21 de octubre de 2009

La comunicación con un énfasis de la teoría al contexto y la dimensión cultural para América Latina

1. Enfoque para validar las prácticas comunicativas en contextos culturales diferentes

Este énfasis es útil para cumplir la lógica de ir de la teoría al contexto, con el fin de mejorar nuestras teorías, definiciones y planteamientos. Una de las limitaciones del abordaje de la comunicación en América Latina es que sus propuestas comunicativas no se han logrado sistematizar del todo, y no se ha dado ese salto cualitativo de ir de las prácticas y las oralidades a la escritura. Se sabe que en investigación y en la enseñanza es importante teorizar para validar las prácticas. Un criterio que deben tomar en consideración los formadores de formadores, los comunicadores y los responsables de programas de desarrollo humano.

2. Comunicación desde el contexto latinoamericano, con interculturalidad

Las culturas latinoamericanas tienen muchas memorias y muchas voces, por eso que nuestras comunicaciones deben tratar de articular todo ese patrimonio cultural, que incluye las historias orales del campesino, las canciones de los adolescentes y jóvenes de los barrios urbano marginales de la ciudad, los juegos de los niños, el sentimiento y la lucha de las mujeres, las conversaciones del inmigrante. Los discursos del campo y de la ciudad. Todo esto es parte del contexto latinoamericano.

La cultura no comprende solo las artes y las letras, sino también los modos de vida, los valores, en resumen: la civilización.

Bernardo Kliksberg en su libro "Más ética más desarrollo" (2006) señala que las bases para el rescate en valores de la sociedad latinoamericana está en "las bases de nuestras culturas latinoamericanas, en nuestras creencias religiosas, espirituales, en nuestras creencias filosóficas, el ejemplo de nuestros libertadores, nuestras culturas indígenas, tienen un fondo presidido por estos valores. Y ha llegado el momento de rescatarlos", invoca.

Así, una comunicación intercultural permitirá incorporar a las grandes mayorías a la composición de un discurso de todos, que sea una práctica para el cambio social y no solamente un decir sin acción. Pues sabemos que el subdesarrollo en latinoamérica no es solamente económico, sino también producto de la exclusión social y la desigualdad entre los miembros de las sociedades que la componen. Razón por la cual un discurso de comunicación para el desarrollo con su componente de interculturalidad es fundamental para empoderar a los más pobres.

Nuestro análisis está vinculado a la apropiación de los productos culturales: sin la iniciativa y la participación de los agentes locales, la llegada imprevista de productos culturales (como un espectáculo, una exposición o la realización de una transmisión radiofónica) se corre el riesgo de no dejar huellas en la práctica.

En la reflexión sobre el desarrollo local, no se pueden separar ambos conceptos: "cultura de la gente" y "cultura para la gente". Tampoco puede estar ausente la dimensión cultural en los proyectos de desarrollo, ya que de lo contrario estos serían incompletos ya que se les habría privado de una parte de su eficacia.

"Hay que situar el problema de la cultura de la gente, de la cultura local y más específicamente de la cultura rural, en el contexto de la mundialización: hoy en día por muy original que sea una cultura, ésta estará sometida a los mensajes de una información tanto inmediata como mediatizada e impregnada de lo que se denomina la cultura de masa", comenta el profesor Bernard Kayser de la Universidad de Toulouse-Le Mirail (Francia), en un artículo del 'Leader Magazine'.

3. Lo local, la cultura y la tradición: ejes de la comunicación para el desarrollo

Pensamos que el cambio social no es motivado únicamente por el comportamiento individual, y por metas económicas sino que es definido principalmente a través de la cultura y la tradición.

Así podemos decir que la comunicación para el desarrollo se ocupa de:

- la cultura,

- la tradición,

- el respeto por el reconocimiento local, y

- el diálogo entre los especialistas del desarrollo y las comunidades.

Es un proceso abierto que se reafirma con la voluntad de diálogo, la predisposición de los actores para la participación, donde se interactua con grupos sociales.

El uso de los medios es una parte de la comunicación para el desarrollo no es en sí la comunicación para el desarrollo. El uso de los medios para este fin es una estrategia para lograr posicionar, difundir y concientizar lo que es comunicación para el desarrollo.

4. Desde el campo de los medios y la metodología etnográfica

Pasando al campo mediático, para nosotros es importante identificar los enfoques realizados por el teórico estadounidense James Lull (1980, 1990) sobre los usos sociales de la televisión y el método etnográfico para estudiar el público de los medios, porque permite identificar conceptos y métodos empíricos para ir a investigar los públicos de los medios en sus mismos ambientes naturales.

La utilidad del trabajo de Lull está en que con sus estudios nos permite operacionalizar los marcos teóricos, es decir encontrar instrumentos para entrar al mundo de la vida cotidiana de las audiencias y al mundo de la producción de significados de los públicos que usan los medios, privilegiando para ello un enfoque que opta por lo etnográfico y los métodos cualitativos.

Privilegiar análisis sociales que nos permitan pasar de la revisión de la teoría a observar y conversar con los protagonistas de la realidad, y viceversa, es un giro cualitativo que los analistas sociales podemos seguir para asistir a las prácticas y usos de las gentes.

Desde la perspectiva de la teoría de los usos sociales de la televisión y la metodología para estudiar al público de los medios podemos notar la importancia que tienen los medios para generar mensajes, textos y contextos.

La tarea del investigador (y del realizador de las prácticas comunicativas) es entender y explicar cómo se producen las comunicaciones, en ese espacio real de interlocutores que es el espacio de recepción de los medios y sus múltiples contextos urbanos, rurales del sur y del norte de las naciones; donde las culturas se definen y redefinen mediante las prácticas sociales que incluyen a los medios, y que van organizando, influyendo o modificando, que duda cabe en: la vida cotidiana, la casa, el mercado popular, el barrio, los nuevos distritos y las ciudades con sus muchedumbres, sus edificios privados y sus villas miseria.

El público de los medios no es más una masa sino una serie de sujetos sociales críticos con sentidos, competencias e imaginarios que abarcan lo doméstico y familar, lo global y tecnológico.

domingo, 18 de octubre de 2009

La Comunidad

Ya empiezan los primeros vientos gélidos en Milán. La noche aquí muy cerca del Parco Marinai d’Italia y Piazza Cinque Giornate me enfría la nariz y me recuerda mis tiempos de resistencia personal en Italia, cuando las nostalgias y los recuerdos de Lima, reaparecen derrepente en la sensación de escalofrios que produce el frío detrás de las ventanas.

La televisión está encendida y con los niños de la comunidad de acogida, donde trabajo como educador, hemos terminado de ver una película donde el protagonista es "Garfield", el gato come lassagna y astuto, que se la sabe todas, con muchos amigos y querendón. Con los niños rio como siempre y comparto este espacio físico, emocional y cercano al mismo tiempo, donde ellos y yo vivimos juntos la comunidad. Una vida que a estos niños y niñas y a mí me ha tocado vivir por varias horas de días, semanas y meses. En estos casi siete años de educador, me quedan siempre presentes las palabras de mis colegas que me antecedieron y que, por motivos familiares, ya dejaron el servicio. Ellos pasaron entre 9 y 20 años en esta apartamento de Milán, donde funciona la comunidad de acogida. La paciencia, la calma al momento de afrontar las discusiones internas con los menores, la atención esmerada hacia ellos y el sentido común, son algunas de las consideraciones que en mis muchas conversaciones con mis colegas surgían, se repetían, abrían y cerraban los cambios de turno.

Mi experiencia de trabajo como educador de menores también me ha enseñado que uno debe mantener siempre en pie la idea del rol, la perspectiva que uno es el facilitador de un proceso, y de un momento, un tiempo en que los menores que viven en una comunidad, están cumpliendo un rito de cambio, una coyuntura (que a veces dura muchos años) entre sus casas, sus propias historias personales y las relaciones con sus padres. Ellos están elaborando sus vivencias adversas mientras están aquí. La empatía comunicativa, la capacidad de decir sin hablar: con los gestos, el respeto, la presencia misma pueden producir cambios importantes en la vivencia de los seres humanos; en las formas de ser y hacer. En mis tiempos de educador he aprendido que la presencia física durante la jornada en un espacio familiar o social, donde se mantienen vínculos interpersonales significativos, la comunicación constante, que no es necesariamente invasiva, y la capacidad de ser representativos, serios, coherentes, afables, pero también formales pueden marcar la diferencia en la relación educativa entre el educador y el menor de una comunidad de acogida.

Pero lo que estoy diciendo en estas últimas líneas es puro análisis, apenas una aproximación para tratar de explicar una relación humana entre educadores y menores, sin llegar a una paridad de trato (porque eso sería comportarse como jovenzuelos, que es siempre riesgoso en un espacio educativo, donde el cómo ponerse frente al menor es el papel mismo del educador, sin ser ni muy serio ni muy informal). Es que al fin y al cabo, me doy cuenta que tanto el educador como el menor de la comunidad vivimos una misma experiencia, en un espacio de búsquedas, respuestas, conversaciones, enfrentamientos, tristezas, identidades, sueños, miedos, anhelos, esperas, y muchas esperanzas. El desafio, la apuesta y la convicción que me mueven a ejercer el oficio de educador es el de creer que los niños, pueden tener la posibilidad de vivir una realidad diferente, con un poco más de armonía, sin tantas peleas. La fe en la transformación del hombre y la mujer para hacer el bien y en su creatividad para vivir la vida, transformando la realidad, es un buen ejemplo que me deja mi experiencia de educador de comunidad.

La índole gregaria que tiene el ser humano y la capacidad de creer en los cambios de las personas es lo que a mí personalmente me deja pensando el hecho de ejercer como educador, lo cual significa un acto continuo, y un atteggiamento di pensiero en mi historia personal si se me permite la licencia de la frase. El hecho mismo, que uno pueda sentarse a elaborar sus vivencias, como lo estoy haciendo en esta noche de otoño, es un tiempo de reflexiones necesarias.