viernes, 5 de marzo de 2010

Gli immigrati come cittadini in Italia

Presento qui un video, già in youtube da ottobre dell'anno 2008, su un mio intervento dedicato alla cittadinanza nell'esperienza degli immigrati. Un senso nel vissuto del immigrato nelle città italiane, che è diventato un senso non riconosciuto, e per questo una sfida per gli stessi immigrati, alla ricerca di appartenenza e inclusione civile nel luogo dove si vive, lavora e produce per integrarsi nella società italiana; un tema da includere nella agenda politica.

http://www.youtube.com/watch?v=sQFzug0_8kc

miércoles, 3 de marzo de 2010

Gli immigrati visibili nello spazio pubblico italiano


Il 1 marzo del 2010 gli immigrati sono diventati visibili nella sfera pubblica italiana, hanno rivendicato il diritto di migrare e il valore della diversità culturale. Esseri umani, comunità di significato, capitale sociale, umano e finanziario. Il migrante è agente di sviluppo.

martes, 16 de febrero de 2010

Ragazzi senza ambizioni, e la famiglia dove è?

Siamo nell’epoca dei piaceri, dei consumi, nella società dei contatti tramite il social network per Internet dove “tutto deve essere fatto con grande velocità”, come dice la pubblicità di un’agenzia pubblicitaria, che leggo adesso nella rivista di un treno veloce tra Roma e Milano mentre scrivo quest’articolo.
Che effetto hanno questi modi di vivere nei ragazzi e i giovani? Il limite di quello che si ascolta per l’i Pod molte volte non c’è, lo stesso per quello che si vede nelle trasmissioni 24 ore su 24 ore della Tv satellitare, e nell’internet con ore di navigazione “senza limiti”.

Un caro amico milanese e educatore mi ricordava l’altra volta che i muri di una casa non bastano per sostenere la famiglia. Il punto di riferimento ci deve essere sì o sì, qualcuno che aiuti a regolare e interpretare, spiegando, quello che si vede nei media. Il tempo per riunirsi a casa ci deve essere. I ritmi della società di oggi vanno a passo con la tecnologia, in una massa mediatica, dentro di spazi troppo privati, che perdono il legame con l’altro, con il territorio, con il senso di stare in rapporto con gli amici, la famiglia, la comunità.

C’è il contatto ma non la comunicazione. La mia intenzione qui è mettere alla luce il disagio che vedo in questi anni nelle grandi città italiane, dove i ragazzi pare che non riescano ad avere “stimoli, ambizioni, passioni”. Quando uno chiede il perché? Sorge la rabbia, il malcontento, il risentimento, la malinconia, perché vengono fuori momenti, spazi di vita dove non c’erano i genitori.

Invece, la presenza dei genitori è chiave per riempire di valori, desideri, amore, affetto, rispetto la vita quotidiana dei ragazzi. Non lasciateli da soli, non lì fatte riempire i tempi vuoti della giornata, con solo messaggi mediatici: accompagnateli, siate presenti per quanto difficile e faticoso sia.

Perché questa poca voglia di non fare le cose che vedo nei ragazzi di oggi, senza stimoli da parte della famiglia per andare avanti, dove il rapporto salta al minimo richiamo d’attenzione di un padre o madre al proprio figlio o figlia, è il sintomo di un rapporto frammentato e di un senso di famiglia in difficoltà (o in fase di ricomposizione) di una rabbia contenuta da parte dei ragazzi, risultato di silenzi, malinconia e solitudine riempita con eccessi materiali, vestiti, videogiochi, soldi a cambio di pochi impegni, di lasciare stare.

Dalla mia esperienza di lavoro con ragazzi in differenti contesti culturali, privati e collettivi, in centri d’accoglienza, in mezzo a mercati popolari, nella città e nei racconti che ho sentito dei genitori disperati per il futuro del proprio figlio maggiorenne, vedo una costante.

Un comune denominatore: relazioni interfamiliari messi alla prova con diversi eventi, tali come la migrazione, il lavoro, il divorzio, la devianza, la mancanza di morale, la droga, la violenza, la disoccupazione, l’incomprensione dei genitori, la micro politica difficile della vita con i fratelli, dove i figli assorbono tutto come spugna e lamentano il colpo, arrabbiandosi per l’indifferenza, per una parola non detta, per una domanda non fatta, perché i suoi non sono andati più in là di un come stai tutto bene? e dedicare più tempo a sentire la risposta. Comunicare non è solo un contatto, bensì esserci, stare presente.

miércoles, 3 de febrero de 2010

Mohammad Yunus e la fiducia nel povero


Incontro con il Premio Nobel per la Pace 2006,  Mohammad Yunus, lunedì 1 febbraio 2010 a Milano, alcuni appunti che ho fatto seduto "nella penombra del teatro", della sua conferenza riguardo a una filosofia per il microcredito e il "social business" nel teatro Dal Verme, stracolmo di gente.
Yunus diceva il presentatore della serata non è una persona semplice è un progetto, forse questo fà la differenza in lui.
Ecco i miei appunti scritti con penna nera:
- La crisi finanziera del 2008 è una nuova opportunità che dobbiamo sfruttare al massimo, per creare un nuovo percorso per un nuovo sistema economico, dove ci sia anche il povero.
- Le vere vittime della crisi finanziera e alimentare del 2008 sono stati i poveri, non i banchieri.
- Abbiamo bisogno di una nuova normalità le persone non devono soffrire.
- Creare nuovi istituti finanziari, ci sono persone nel mondo che non hanno accesso ai servizi finanziari. Bisogna renderli inclusivi, perchè nessuno sia emarginato.
- Aprire il prestito è per le donne più povere della terra.
- Io ho fatto, con La Grameen Bank, l'opposto di quello che hanno fatto le banche tradizionali. Il mio principio è "più sei povero, sei interessante per noi".
- Avete bisogno di un pensiero creativo per fare impresa.
- Il livello di fiducia: tu giovane con studi perchè sei preoccupato del lavoro? si voi con le vostre competenze potete creare lavoro per gli altri.
- E' quindi importante parlare di approccio mentale.
- La mia posizione è che tutti siamo imprenditore, è qualcosa di nato nel essere umano.
- I poveri conoscono la segmentazione sociale del mercato, cercano opportunità.
- L'opportunità cambia la vita e il destino.
- La povertà non è una cosa che sia parte della persona, è una cosa esterna.
- La povertà è stata imposta dal sistema che abbiamo creato, per cambiare dobbiamo cambiare il sistema.
- Imparate a definire i progetti con concetti nuovi.
- Quando vedo un problema, cerco di creare un business sociale per risolvere i problemi.
- Si uno riesce a creare un business sociale, una volta creati diventano i semi, e dopo ripetere e ripetere, così diventa qualcosa di potente.
- L'essere umano è multidimensionale, non è unidimensionale. Questo ha fatto l'economia creare l'egoismo, che è importante per proteggersi, ma è necessario essere disponibili per gli altri, in modo collettivo.
- Porre la testa alta nella creatività.
- La creatività può essere portata in diverse direzioni.
- La povertà deve finire nei musei.
- Dobbiamo immaginare le cose perchè queste si realizzino, immaginate...

(Foto: Mohammad Yunus nel Teatro Dal Verme)

Sito di interesse: http://www.grameen-info.org/

martes, 26 de enero de 2010

La cultura popolare degli immigrati peruviani di Junín residenti a Milano


La domenica scorsa, il 24 gennaio,  sono tornato per alcune ore al Perù, sono andato al Quarto Festival della “Tunantada”, che celebrano a Milano gli immigrati peruviani procedenti della regione di Junín, in una festa folclorica dove danzare, cantare, e ascoltare musica tipica del centro andino peruviano sono forme locali riportate con la migrazione alla nuova città per non perdere il legame con la propria identità, in uno sforzo per continuare a essere “della propria terra d’origine” non in solitario se non invece in una socializzazione collettiva che raduna le loro famiglie, associazioni e amici.

“La tunantada” è un ballo con al meno 20 danzanti, tra loro i “tunantes” rappresentano le differenti classi sociali della colonia peruviana e personaggi stranieri che visitavano Jauja in Junín, per il suo bel clima. Le principali figure sono: “lo spagnolo”, “la huanca”, la jaujina” e “los chutos”.

Mi sono emozionato vedendo ai miei compaesani interpretando danze tipiche delle Ande centrale del Perù, con garbo e maestria. Ho visto al badante e alla colf peruviana, ai lavoratori del pony express, molte volte sottovalutati e sommersi nel lavoro nero, lasciando i suoi ruoli di lavoratori e reinterpretandosi in allegri danzanti e danzatrici, che all’inizio del festival entravano al concerto in forma anonima, vestiti di grigio, presi di pensieri e ricordi, mentre ascoltavano le bande tipiche della loro terra.

E poi, nei momenti delle presentazioni dei gruppi di danza, li ho visti entrare allo scenario con i vestiti tipici dei personaggi che ognuno di loro doveva interpretare danzando con maschere, ponchos, vestiti colorati e bei tessuti di alpaca ricamati a mano per bravi artigiani dei loro paesi, che loro i danzatori si sono portati nel viaggio italiano come simboli di appartenenza.

Alcuni balli del festival sono stati: “la chonguinada” e “la tunantada”, “el huaylas”, el ballo de i “Shapish”, balli dei “caporales” che si sono esibite seguendo le melodie di orchestre di musiciste come “Los Ausquish”, “Los embajadores fáciles”, “Los tarumas de Tarma”.

Quello che mi ha colpito di più è stata l’adesione di donne e uomini tra i 25 ai 60 anni, che formandosi in gruppi di balli conformati da venti e trenta persone si mettevano insieme per praticare passi di ballo, cantando, perfezionando coreografie ultimando dettagli per la presentazione.

Tante peruviane e peruviani così felici come loro non avevo visto fin’ora a Milano. Sono persone che magari non si sentono realizzati con i lavori che fanno, diceva una signora che lavora come colf, che ho incrociato strada facendo mentre andavo alla festa, io vivo a Milano da dieci anni -mi raccontava la signora di 45 anni d’età, di Huancayo come il suo marito appena arrivato dal Perù- quello che ci porta e ci fa stare qui è il lavoro. Ma la terra dove uno è nato non se la scorda mai, anche se capita di avere tanti soldi (questo non è capitato, ancora a me, puntualizza la signora).

Mentre mi confondevo con la folla che arrivava numerosa al concerto, una presenza di 300 persone circa, ho ricordato letture fatte sull’identità peruviana, quello che dice José María Arguedas nei suoi lavori etnografici, che il Perù è una nazione “antica, collettiva e religiosa”, infatti, penso che siamo una cultura che rinnova la sua cultura popolare tradizionale in queste dimensioni dove la musica e la danza sono mezzi o canali di comunicazioni che permettono immaginare la comunità come dice Benedict Anderson, ma anche forme sociali pubbliche di attuazione della propria cultura all’interno di una cultura di massa, ma lo nuovo è che quello che funziona in un remoto villaggio rurale andino del Perù funziona anche qui nella città post moderna capitalista e privatizzata di Milano, in spazi migranti.

In una serie di dinamiche interne che mescolano localismi, il prestigio sociale delle famiglie, subalternità, competenza, dominio, cultura collettiva, forme di comunità, critiche del sistema di vita nella città, malinconia per la lontananza di casa, lotta per progredire.

Così  il festival folclorico dei peruviani di Junín è la ricostruzione di una cultura locale in una cultura urbana, è il fatto, la posizione relazionale che li mette insieme, in una logica di consumo com’è un festival è vero, ma è anche la pratica sociale che mette a immigrati di una stessa provenienza regionale davanti/in mezzo/con la propria cultura. Con questo festival di danza per oggi la comunità peruviana d'immigrati diventa memoria,  ricordo, luogo d’incontri e intercambio sociale, tra i palazzi e le case di Milano.

Foto: Quarto Festival de la Tunantada 2010 Milano

Qui alcuni siti dove si possono vedere i balli menzionati nell'articolo:
http://www.youtube.com/watch?v=jGRzTrvYHiM&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=o6Q1ab4VFMk&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=mE0acrz-8aY&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=CE2Dg2OPu0Q&feature=related


martes, 29 de diciembre de 2009

Comunicación, justicia y bien común (encuentro virtual de comunicadores)

El 10 de diciembre último he participado como ponente, con el tema “El bien, la verdad y el desarrollo para un enfoque optimista de la comunicación”,  en el Encuentro - Videoconferencia: "Comunicación, justicia y bien común. El compromiso del comunicador católico a la luz de la "Caritas in Veritate", organizado por el Centro Interdisciplinario de Comunicación Social (CICS) de la Pontificia Università Gregoriana, en la ciudad de Roma.

La teleconferencia fue un espacio de diálogos, debates y opiniones, entre profesores en Roma y estudiantes de comunicación ubicados en Bolivia y Guatemala.

Las interacciones entre personas y grupos de personas a través de las tecnologías de la comunicación han superado las relaciones verticales de los medios. Nuevas formas de enseñar y de aprender están surgiendo desde las TICS (tecnologías de la información y la comunicación), en cierto modo hay inclusión digital, pero lo que queda por hacer es lograr la inclusión social, ese es el desafío y el tema de fondo.

En estas páginas se presentan informaciones e imágenes del Encuentro-Videoconferencia sobre comunicación en Roma para América Latina.


lunes, 28 de diciembre de 2009

Comprendere

"L'altro non è soltanto percepito oggettivamente , è percepito come un altro soggetto con il quale ci si identifica e che viene identificato con sé, un ego alter che diventa alter ego.  Comprendere comporta necessariamente un processo di empatia, di identificazione e di proiezione. Sempre intersoggettiva, la comprensione richiede apertura, simpatia, generosità".

I sette saperi necessari all'educazione del futuro, Edgar Morin (2001)